Charly Zenger è nato a Locarno. Ha comprato una casa diroccata a Minusio nel 1957 e non se n'è più andato. Nel mezzo, ha fondato una gioielleria, girato il mondo per comprare pietre preziose, preso il brevetto di volo, attraversato l'Atlantico in monomotore, scalato il Cervino e lo spigolo del Cengalo, disceso la Verzasca in kayak prima che esistesse la diga, navigato con Gianni Lancia da Genova a Calvi e vinto campionati europei di golf a 90 anni suonati. Questa è la sua storia, raccontata a voce.
Minews: La prima domanda riguarda proprio Minusio. Lei ha viaggiato tanto, ha visto il mondo: perché Minusio?
Charly Zenger: Sono nato a Locarno. Quando mi sono sposato (alla Madonna del Sasso, come ci si sposava, noi Locarnesi!), ho vissuto i primi anni con la famiglia di mia moglie giù, nel quartiere nuovo. Abbiamo quindi voluto renderci indipendenti dalla famiglia e abbiamo cercato casa. Per caso son passato di qua (oggi in Via Brione) - mi ricordo, con l'architetto Lucianino Merlini - e lui mi ha detto: “Vedi? Ho quella casa lì, vecchia, che non riesco a vendere. Andiamo a vederla.” Quando son venuto a vederla, c’erano le finestre rotte, era in totale rovina. Però mi piaceva, questa casa. Allora l’ho acquistata!
Era nel '56, '57. Nel '58 l'architetto Keller eseguì i lavori di ammodernamento: inserì il camino in sala, recuperando alcuni pezzi a Locarno. Il pavimento invece è ancora quello originale. Il locale in cui ci troviamo (la sala, n.d.r) era il deposito della carbonella. Più in là c’era il Maglio. La Roggia Molinara vi trovava il suo primo utilizzo, poi continuava verso valle alimentando diversi altri mulini: passava in giardino, c’era il mulino della farina, poi più giù un altro ancora, e così via fino al lago. La stessa acqua faceva lavorare tutta la filiera.
Questa casa ha una storia. Sarà del 1700. Ha il tetto in piode. Quando l'ho presa non ho fatto mettere le tegole, come tutti. Ho voluto ripristinarlo in piode, ma purtroppo all’epoca non c'era nessuno che lavorasse i tetti in piode qui in Ticino. E così sono andato a Santa Maria Maggiore, in piazza, e ho chiesto in giro: «C'è qualcuno che fa i tetti in piode?» «Sì, sì, c’è Mario, lì.» Son andato a prendere questo Mario. Gli ho detto: «Io ho il tetto in piode, però non c'è più nessuno in tutto il Ticino che lavori le piode.» E Mario ha risposto: «Sì, d'accordo, vengo, però lei deve venire a prendermi!» Allora, andavo a prenderlo tutte le mattine a Santa Maria Maggiore! Ha aggiunto al tetto 15 quintali di piode e quel lavoro l'ha fatto in un paio di giorni! Girava sul tetto coi peduli. Scomodo, certo, andare a prenderlo ogni giorno - ma era quello o niente.
La Roggia Molinara, che esiste ancora, ho dovuto farla tagliare: con la costruzione di tante ville, l'acqua non era più pulita. Prima passava attraverso il giardino. Ora non è più in funzione, ma più giù si vede dove passava, è ancora incanalata. Se oggi si riaprisse l'acqua, scenderebbe ancora fino al lago, dove all’epoca c'era un laghetto in cui lo Zaro, il pescicoltore, aveva la sua riserva di pesci.
Minews: Lei vive qui dagli anni '50. Ha visto tante persone passare, tante case crescere. Come è cambiato Minusio?
Charly Zenger: Fino a qua, fino a Brione, all’epoca la strada era di terra battuta: un viottolo stretto, passavano i carri, non le automobili. Dal mio balcone, guardando in basso, era tutta vigna fino a Minusio. Non c’era una casa. Tutto quello che si vede ora è arrivato dopo il ’57, il ’60. Vedevo solo vigne, fino al lago!
Minews: Cosa le piace ancora oggi di Minusio?
Charly Zenger: La tranquillità. E poi, questo angolo del Maglio è raccolto, è difeso da due colline. Qui ho le spalle coperte.
Minews: Ci racconti dei suoi inizi professionali.
Charly Zenger: Papà aveva un negozio di orologeria e ho cominciato a lavorarci a quindici anni. Ma l’orologeria, a dire il vero, non mi appassionava. Mi attirava di più il gioiello! Lo zio aveva un negozio di gioielleria a Ginevra. Ho fatto un po' l’uno e un po' l’altro, approfondendo il mondo dei gioielli. A diciott’anni mi sono messo in proprio: ho aperto un laboratorio di oreficeria, lavorando per tutti i negozi di Locarno. Portavano le riparazioni, le eseguivo io.
Dopo il laboratorio ho aperto un negozio: prima in Via della Posta, poi in Piazza Stazione. Il negozio si è affermato: sono riuscito ad avere le migliori marche dell’epoca, molte delle quali esistono ancora oggi.
Negli anni Sessanta cominciarono ad arrivare dei tedeschi che si mettevano a costruire al Gruppalto, ad Ascona. Era una clientela molto facoltosa, grandi industriali. Sono stati i miei migliori clienti.
Da metà gennaio a metà marzo chiudevamo il negozio e partivamo per il mondo. Andavamo ad acquistare le pietre che durante l’anno avrei poi montato: i diamanti in Sud Africa, gli zaffiri e i rubini in Birmania, gli smeraldi in Venezuela. A ogni viaggio rientravamo con le pietre necessarie per una collezione che durava l’intera stagione.
Minews Quindi il suo amore per i viaggi è nato grazie al lavoro o andavano di pari passo?
Charly Zenger: L’uno andava con l’altro: ci voleva anche il piacere del viaggio. Mia moglie lavorava tutto l’anno in negozio e mi lasciava vivere la mia vita sportiva; io la ricompensavo con quei viaggi, i grandi alberghi, tutto il lusso possibile per quei due mesi. La viziavo, e molto!
Minews: Mi racconti dei suoi viaggi.
Charly Zenger: Erano gli anni Sessanta, Settanta: il viaggio, allora, era vera avventura. Abbiamo fatto due giri del mondo, nell’emisfero nord. Non sono mai andato nell’emisfero australe — in Sud Africa sì, ma non durante quei grandi giri. Si partiva da qui: Atene, Singapore, Hong Kong, Tokyo, le Hawaii, Los Angeles, New York. Questo era il giro che si faceva, due mesi per godersi ogni tappa.
Minews: C’è un luogo che l’ha segnata più di tutti?
Charly Zenger: No, non un unico luogo. Ho preso il brevetto di volo, ho volato molto e sono arrivato fino in Groenlandia! Sono stati quei posti a segnarmi davvero, non come una vacanza qualsiasi ma come un’avventura autentica: l’attraversamento dell’Atlantico su un monomotore, un motore solo!
Minews: Mi racconti di questa avventura!
Charly Zenger: Ho cominciato con l’aliante a Locarno Magadino, sotto la guida di Ettore Monzeglio, che era il responsabile dell’aeroporto e pilota anche lui. Mi ha insegnato le basi, poi mi sono comprato un aliante tutto mio e ho volato soprattutto nelle valli. Poi sono passato al motore, per poter andare più lontano: prima un Mooney quattro posti, potente, veloce, americano, con cui ho girato l’Europa. Poi un Bonanza a sei posti, ancora più capace. L’ho acquistato nell’’82, l’anno in cui ho venduto l’azienda e mi sono costruito una casa in Spagna, nella Costa Brava: con l’aereo, in due ore e un quarto, eravamo lì. Uno strumento di libertà straordinario. In Spagna ci siamo rimasti venticinque anni!
In Groenlandia ci sono andato con l’amico Pietro Marci, con cui avevo già partecipato a qualche competizione: eravamo stati al campionato del mondo di rally aereo. C’erano quaranta, cinquanta aerei; noi siamo arrivati ventisettesimi, a metà classifica. I primi diciassette, venti erano squadre militari — Argentina, Sud Africa — e poi, poco dopo, c’eravamo noi.
E poi la Groenlandia: un’avventura straordinaria. Siamo partiti da qua: Paris-Plage sulla Manica, Aberdeen in cima alla Scozia, le Shetland, le Faroe, l’Islanda. E dall’Islanda abbiamo attraversato l’Atlantico fino in Groenlandia. Non esistevano previsioni meteorologiche affidabili, allora. Mi ricordo che alla partenza, al controllo, ci dissero: «Se avete bisogno, chiamate gli aerei di linea che faranno da ponte.» Già, perché la terra è rotonda: a un certo punto non avevamo più collegamento né con l’Islanda né con la Groenlandia. Così abbiamo volato quattro, cinque ore sull’Atlantico senza alcun punto di riferimento, percependo la curvatura della terra… l’abbiamo proprio sentita! L’orizzonte non c’era e sotto di noi solo mare e ghiaccio.
Siamo poi atterrati in Groenlandia. Lì c’era un gruppo di americani che avevano attrezzato una pista di fortuna. Cercavano i resti degli aerei tedeschi abbattuti durante la guerra: con i pezzi di dieci macchine ne ricostruivano due e quei due valevano una fortuna. Al ritorno ho scelto di volare di notte — notte relativa, diciamo… penombra. Groenlandia-Reykjavik a mezzanotte e mezza. Un'avventura!
Minews: Abbiamo parlato di volo ma so che lei è andato anche per mare.
Charly Zenger: Sì, sì. La vela è un’altra disciplina che ho praticato molto. All’epoca si andava a Cimetta a sciare tutto l’inverno: avevo una scuola di sci, ero istruttore e per dieci anni ho allenato la squadra ticinese, con Pilotti, Marazzi, eccetera. Un anno, però, a Cimetta non c’era neve... E mi son detto: «Mah, quasi quasi vado un po’ in barca!» Ho noleggiato un Pirat da Stauss in piazza ad Ascona. Mi è piaciuto subito, pur senza capire bene come si facesse; lui stesso mi aveva dato qualche rudimento all’inizio.
Mi dissi: «Perché, se non c’è neve, non andare in barca d’estate?» Avevo un amico con cui andavo ad arrampicare a Macugnaga, sulla parete sud del Rosa. Faceva il falegname. Mi disse: «Te la faccio io, la barca.» E me la fece davvero: si chiamava Beccaccino, uno Snipe, sei metri di legno. La varammo nel porto di Intra e, in qualche modo, da lì sono risalito fino a Locarno. Non ero molto esperto, ma ce l’ho fatta.
Ho cominciato a navigare con quella barca. Poi altri si sono fatti trascinare: Francesco Segrada, Panicchi… Anche loro, senza la neve, si erano messi in barca. Eravamo ormeggiati a Rivapiana, sulla ghiaia, tiravamo su le barche a riva. Da lì si è sviluppato tutto: con l’ingegner Renato Merlini e altri amici abbiamo fondato lo Yacht Club Verbano. Fu Merlini ad avere l’idea: andare a chiedere a un proprietario di grandi terreni alla Maggia, vicino al lago ad Ascona, in un posto che si chiamava Paradiso, se ci permettesse di ormeggiarvi qualche barca. «Sì, vi lascio metà del terreno -?rispose - ma l’altra metà non la toccate e voglio ordine.» Così abbiamo avuto la nostra prima base. Lì è nato lo Yacht Club Verbano e da lì ho potuto navigare parecchio sul lago.
Il salto di qualità vero è arrivato con l’amico Bibi Fusetti, che era il mio prodiere. Decidemmo di andare a fare una regata a Genova, così, quasi per caso. Arrivammo con la barca al traino, ci fermammo alla Lega Navale: ci spiegarono la regata, un percorso a triangolo davanti al porto. Nella stessa giornata si correva anche una regata d’altura, barche di venti, venticinque metri fino all’Isola del Giglio e ritorno. Noi avevamo quella piccola, triangolare.
Fatto sta che ci siamo trovati in testa e abbiamo vinto, battendo tutti i genovesi sul loro stesso mare… immaginate! Eravamo già stati a Portofino a fare regate e ci conoscevano un po'. Alla premiazione la sera - ufficiali della Marina in bianco, noi vestiti per bene - prima premiano Gianni Lancia per la regata d’altura, poi premiano Charly Zenger e Bibi Fusetti come vincitori della piccola regata.
Più tardi ci ritroviamo al bar. Un certo Mino della Casa - un mio forte avversario - dice a Gianni: «Prenditi sto svizzerotto qua sulla tua barca, vedrai che qualche regata la vinci anche tu.» E lui, Gianni: «Vorresti venire?» «Ma è una barca grande, non la conosco!» «No no, va bene, fra quindici giorni c’è la regata Genova-Calvi, in Corsica. Se vuoi venire, vieni.» «Sì, allora vengo!” Ci sono andato davvero e mi sono ritrovato al timone di una barca da venti metri. Era quella del Gianni! Gianni era contento perché lui faceva le partenze - con tante barche era difficile! - e poi navigavo io tutta la traversata e lui faceva di nuovo l'arrivo. Quella regata d'altura, con Gianni, l’abbiamo vinta! Era tutto contento. E allora mi ha detto: «Adesso tu devi venire con me. La prossima è Napoli-Capri-Ischia.» Mi pagava il biglietto d'aereo. Siamo andati e abbiamo vinto anche quella. Ho navigato con Gianni Lancia per un paio di stagioni; sotto di me, quando lui si riposava, avevo una decina di marinai genovesi di quelli giusti e dovevo dire loro cosa fare. Ero apprezzato. Quel periodo è stato molto interessante, molto piacevole. Ma non sono mai andato sull’Atlantico.
C’è stato un periodo in cui mi cercavo le avventure. Una volta ho sceso la Verzasca da Sonogno fino a Tenero, il fiume vero, quello profondo e selvaggio di prima della diga! Era una sensazione straordinaria. Con un amico, Pepito Pedrazzini, ci addentrammo in quelle gole altissime - si vedono ancora un po’, quando il lago è basso. Ci abbiamo messo due giorni, dormendo su una spiaggetta nel mezzo. Doveva essere prima degli anni Sessanta. È stata un’impresa dura: le pareti erano invalicabili, non si poteva uscire. Bisognava per forza arrivare in fondo.
E poi ho fatto il viaggio Ascona-Venezia. Quello è stato solo quattro o cinque anni fa (a 95 anni n.d.r.). Un po' più pacifico della Verzasca, ma interessante.
Nel periodo del kayak ho percorso anche i grandi fiumi impetuosi. In Francia ce n’era uno di quindici chilometri: una volta entrati non si poteva più uscire, le pareti erano verticali. Bisognava necessariamente arrivare in fondo. Una giornata intera di kayak. Poi la Corsica e anche i nostri fiumi di casa, su a Cerentino, nella Rovana… È stato un periodo meraviglioso.
Minews: E poi l'alpinismo…
Charly Zenger: Sì. C’è stato il periodo dell’alpinismo. Una volta, per caso, ci siamo ritrovati a Macugnaga insieme ad alcuni soci del Club Accademico di Stresa che si apprestavano ad affrontare la parete del Monte Rosa. Ci siamo rivisti al Devero qualche tempo dopo, e alla fine siamo diventati amici. Mi hanno chiesto: «Vieni nel nostro club, andiamo ad arrampicare insieme!» Qui in zona non c’era nessuno che facesse arrampicata vera; in montagna sì, ma non su roccia. Sono andato con loro e insieme abbiamo scalato tutti gli spigoli del Monte Rosa — parete est e sud-est, li abbiamo percorsi tutti. Alpinismo al limite!
Uno di loro propose di andare in Africa. E allora via… Siamo arrivati in fondo al Sahara, vicino a Tamanrasset, in Algeria. Là sorgono montagne di basalto vulcanico emerse dal deserto. Duemila chilometri di Sahara percorsi per ripetere le vie aperte dai francesi su quelle cime. È stato impegnativo al massimo. Di notte il freddo era intenso e io non avevo nemmeno la tenda: dormivo sotto un sasso.
Sul passo dell’Assekrem incontrammo un monaco francese che viveva lassù in solitudine. Abitava a una mezz’ora di salita. Una notte, per fotografare l’alba dietro quelle cime magnifiche, salii a dormire lassù. La mattina il monaco mi scorse e mi chiese: «Ma perché non sei venuto a dormire da me?» «Perché volevo fare le foto...» Allora mi disse: «Adesso celebro la messa, vuoi partecipare?» «Sì, vengo a messa.» In una piccola cappella costruita con pietre a secco, lui celebrò la messa e io, che da bambino avevo servito messa a Solduno, la servii di nuovo lassù, in cima all’Assekrem.
Fu ucciso pochi mesi dopo. La seconda volta che tornai in quei luoghi, facemmo una deviazione per visitare la sua tomba.
Sono stato anche sul Cervino. Ho percorso lo Spigolo Zmutt: tredici ore di scalata! Partimmo da Cervinia, risalimmo fino al Furggen, percorremmo tutta la cresta fino sotto la parete sud, poi la Capanna Hörnli. Da lì, alle due, tre di notte, attaccammo il ghiacciaio inferiore e risalimmo sullo Spigolo Zmutt. In tredici ore siamo andati in cima e scesi dall'altra parte con un temporale. A quattromila e cinquecento metri, prendersi il temporale… non è esattamente piacevole. Dormimmo alla capanna italiana e il mattino dopo scendemmo a Cervinia.
Ma le racconto una salita memorabile. Il Nino — quell’amico di Stresa con cui mi ero legato in corda tante volte — mi propone: «Cosa ne pensi di andare a fare il Cengalo? È uno spigolo, in Val Bondasca.» «Ok, andiamo a fare il Cengalo!» Viene a prendermi all’una: io lavoravo ancora, e anche lui, alla fabbrica di cappelli di Ghiffa. Smetteva a mezzogiorno ed è venuto con la vespa. Una vespa celeste, me la ricordo sempre. Lui davanti col suo zaino, trenta metri di corda e dieci chili di chiodi in mezzo alle gambe, e io dietro aggrappato, con lo stesso carico. Così, via sul Ceneri, lago di Como… fino a Bondo.
A Bondo abbiamo lasciato la vespa nel bosco e siamo saliti in capanna. C’era solo il guardiano, nessun altro. Era contento di avere compagnia, abbiamo chiacchierato. Il mattino dopo, alle due, due e mezza, colazione, alle tre: partiti! Abbiamo attraversato il ghiacciaio del Cengalo — quello che poi è franato. Aveva già mietuto molte vittime, quel ghiacciaio. Attraversandolo, a un certo punto vedevo stracci, cappelli... Il guardiano ci aveva raccontato che durante la guerra un aereo, in una notte di bufera, aveva urtato il Cengalo ed era precipitato nel ghiacciaio. Dopo trent’anni, il lento scorrimento verso il basso aveva cominciato a restituire i resti di quelle persone.
Attaccammo lo spigolo, vertiginosamente esposto su entrambi i lati. Sulla parete accanto c’era stata una squadra italiana con diversi morti… Siamo andati in cima, discesi dall’altra parte, risalita la cresta, giù nel ghiacciaio di Bondo, di corsa fino in capanna: erano le quattro. Poi di corsa alla vespa, e via. A casa arrivammo a mezzanotte.
Io alle otto aprivo il negozio, lui alle sette e mezza era già alla fabbrica. Avevamo girato tutta la notte e scalato il Cengalo… Altri tempi!
Minews: Cosa le dava tutta quest’energia? Ha fatto tante cose rischiose, deve avere un segreto.
Charly Zenger: Mangiar poco e bere poco!
Minews: Davvero?
Charly Zenger: Sì sì. In montagna niente, solo un boccone. E bere poco: riesco a fare un giro intero senza bere, forse un sorso da un ruscello, nient’altro — non ho mai girato con la fiaschetta. Mi fa sorridere quando il medico dice che bisogna bere molto. Non è mica vero! Io ne sono la prova. Non bevo, mangio poco — ecco tutto. E adesso ho novantanove anni…
Minews: Ho sentito che ha praticato anche il golf.
Charly Zenger: Sì, ho praticato anche il golf. Avevo un amico luganese, Della Santa. Il campo di Losone non esisteva ancora: c’era solo Ascona e lui ci andava. Mi chiese: «Perché non vieni a giocare?» E io mi son detto: «Mah sì, dai, proviamo.» Sono andato con lui e ho capito che poteva piacermi, non come sport intenso, ma come modo di tenersi in forma. Ho cominciato negli anni Sessanta.
Da lì la passione è cresciuta. Ho giocato bene, sono andato ai campionati del mondo per la Svizzera, in America. Nel 2016 abbiamo vinto i campionati europei senior a Guadalmina, nell’estremo sud della Spagna. I campionati svizzeri non li ho mai vinti: ero sempre tra i primi, ma non abbastanza. Però ai mondiali sono andato più che bene.
Oggi gioco ancora molto. E qualche gara la vinco ancora.
Minews: C'è qualcosa che non ha fatto e che avrebbe voluto fare?
Charly Zenger: Ho fatto sempre quello che avevo voglia di fare, quello che si poteva fare. Aviazione, l'ho fatta. Marina, l'ho fatta. Arrampicata… ho arrampicato.
Minews: Cosa vuol dire avventura, per lei?
Charly Zenger: Andare incontro allo sconosciuto. Non sai a cosa vai incontro e devi inventare il momento, capire la situazione e superarla.
Minews: C'è un consiglio che vorrebbe dare ai giovani di oggi?
Charly Zenger: Non so, non do consigli. Sono loro, i giovani, che devono seguire il proprio intuito. Ciascuno ha il suo e ha la sua vita. Non mi piace molto come vivono i giovani oggi, sono un po' diversi da noi. Però ognuno fa le sue scelte e deve seguire gli impulsi che sente.
Minews: È un buon consiglio, seguire l'intuito.
Charly Zenger: Certo. L'intuito viene dalle esperienze interne. Ti viene così, non devi ragionarci su, devi seguirlo. Io ho seguito tutti questi impulsi, è tutto intuito. E tutte le intuizioni sono state positive. Il giro del mondo, l'Africa, la Groenlandia... E oggi sono qui, sano e in gamba alla mia età, per aver seguito gli intuiti. Non devi discuterli! Come ti vengono, devi seguirli, perché dietro a questi intuiti ci sono secoli e secoli di esperienze. Dentro di te ci sono secoli di esperienze, rinascite continue.
Minews: Questo è molto spirituale!
Charly Zenger: Profonde esperienze le ho acquisite nella ricerca spirituale delle diverse religioni orientali! Nei miei viaggi, con un amico francese e a volte anche con una stupenda viaggiatrice di nome Ella Maillard, che aveva attraversato il deserto del Gobi in solitaria, ci siamo avvicinati al Buddhismo in Buthan e in Corea del Sud, e al Jainismo e al Shivaismo in Giappone. Quest’ultima religione è particolarmente vicina alla natura. Con il mio amico ho avuto l’opportunità di vivere per qualche settimana in un tempio buddhista, vivendo e praticando la loro vita serena, e fu molto profondo! Tuttavia, sono rimasto cristiano, anche se poco praticante.
Minews: Ascoltandola, sento che ci sarebbero ancora moltissime storie da essere raccontate! Grazie per averci raccontato queste avventure! È stato molto emozionante!
Charly Zenger: Grazie a lei.